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Pressione alta aggravata dalle bibite zuccherate

Che le bibite zuccherate fossero da eliminare completamente dalla nostra dieta, o quantomeno da limitare in maniera drastica, è cosa ormai nota, tuttavia un recente studio ha dimostrato che tali bibite risultano dannose anche e soprattutto a livello di pressione arteriosa, contribuendo in maniera determinante ad un suo innalzamento. Ne deriva quindi che i soggetti che già soffrono di ipertensione, o che possono essere classificati come soggetti a rischio in tal senso, devono necessariamente eliminare, o quanto meno limitare il più possibile, l’assunzione di bibite zuccherate.

Lo studio è stato condotto dal dottor Aaqib Habib Malik, medico dell’Ospedale Griffin di Derby, nel Connecticut, che ha provveduto ad esaminare insieme al suo team i risultati di diversi studi già condotti sull’argomento, valutando così complessivamente un campione di 410,000 persone. Ebbene, dopo aver accertato l’esistenza di un legame tra soggetti ipertesi e consumo di bibite zuccherate, lo studio avrebbe dimostrato che le persone che sono solite fare uso di bibite zuccherate correrebbero un rischio maggiore, dal 26% al 70% circa, di soffrire di pressione alta rispetto a chi invece non assume normalmente bevande di questo tipo.

Lo studio ha anche lanciato una sorta di allarme sul consumo eccessivo di bibite zuccherate da parte degli adolescenti, che per tale motivo vedrebbero aumentare il rischio di soffrire di pressione alta addirittura dell’87%.

A fronte di ciò, dunque, i ricercatori sostengono che l’eliminazione di bibite zuccherate dovrebbe essere suggerita nel decalogo per il soggetto iperteso, e quindi dovrebbe rientrare tra quelle raccomandazioni riguardanti uno stile di vita sano che si rivolgono ai soggetti ipertesi o a rischio ipertensione. Inoltre, onde evitare un incremento drastico dei soggetti ipertesi nel corso dei prossimi anni, interventi per ridurre l’assunzione di bibite zuccherate dovrebbero essere parte integrante di apposite strategie volte a tutelare la salute pubblica.

Pressione alta e problemi ai reni

Il nesso tra pressione alta e problemi ai reni fu individuato per la prima volta nel 1934 dal dott. Harry Goldblatt, un patologo della Case Western Reserve University che decise di fare quello che poi fu classificato come uno degli esperimenti più importanti della storia della medicina. Nel dettaglio, il dottor Goldblatt, dopo aver ipotizzato a seguito di varie autopsie un nesso tra l’aterosclerosi delle arterie renali e un aumento del peso del cuore, il tipico segno di adattamento del cuore all’ipertensione arteriosa, applicò una clip all’arteria renale di un animale riuscendo così a produrre un innalzamento persistente della pressione arteriosa.

Il nesso tra le due patologie e la corretta terapia da applicare in questi casi sono stati oggetto di una ricerca condotta recentemente dalla dott.ssa Paola Caielli, del Dottorato internazionale in Ipertensione arteriosa e Biologia vascolare dell’Università di Padova, presso il Centro dell’Ipertensione della Clinica Medica IV diretto dal prof. Gian Paolo Rossi. Lo studio, pubblicato anche sulla prestigiosa rivista “Nephrology, Dialysis and Transplantation” ha dimostrato che la rivascolarizzazione renale mediante angioplastica più stent presenta dei vantaggi indiscutibili rispetto alla sola terapia medica ottimale nel ridurre la pressione arteriosa diastolica e quindi di conseguenza il fabbisogno di farmaci antipertensivi. Questo, ha sottolineato il prof. Rossi, vale sempre ma soprattutto quando il controllo dei valori pressori attraverso la terapia farmacologica non dà gli effetti sperati.

La rivascolarizzazione renale mediante angioplastica più stent, ricordiamo, negli ultimi anni ha soppiantato prima interventi di rivascolarizzazione chirurgica e poi l’angioplastica renale, tuttavia molto spesso l’efficacia di questo metodo è stata messa in discussione. Da qui l’importanza dei risultati dello studio condotto dalla dott.ssa Paola Caielli.

Rischi della pressione alta in gravidanza

L’ipertensione rappresenta sempre un problema in quanto causa di altri disturbi e patologie, in alcuni casi anche molto gravi. Questo vale anche e soprattutto durante la gravidanza, quando la pressione arteriosa deve essere costantemente tenuta sotto controllo in quanto causa di numerosi problemi.

Ma quali sono i rischi che si corrono in caso di ipertensione gestazionale? I problemi che possono essere determinati da tale patologia sono diversi, come il parto pretermine o un basso peso del neonato alla nascita, fino ad arrivare nei casi più gravi alla morte neonatale.

A sottolineare e confermare ancora una volta i rischi della pressione alta in gravidanza è stato un recente studio condotto dai ricercatori del King’s College di Londra, durante il quale sono stati presi in consideranzione 55 studi condotti in 25 Paesi sui possibili rischi quando vi sia un problema di ipertensione in gravidanza. Ebbene, lo studio ha osservato che nel caso dei parti pretermine, ovvero quelli avvenuti prima delle 37 settimane di gestazione, la pressione alta aumenta le possibilità la morte perinatale. Inoltre, i neonati figli di donne con pressione alta sono risultati essere anche quelli con una maggiore probabilità di essere sottoposti a terapia intensiva neonatale, inoltre presentano mediamente un basso peso alla nascita.

Ma quando si può parlare di ipertensione gravidica? Essa colpisce oggi circa il 5% delle donne e può essere classificata “lieve” quando i valori della pressione arteriosa sistolica sono compresi tra 140 e 159 mmHg oppure quando i valori della pressione arteriosa diastolica sono di 90-109 mmHg; viene definita “severa” quado i valori della pressione arteriosa sistolica sono maggiori o uguali a 160mmHg oppure quando la pressione arteriosa diastolica è maggiore o uguale a 110 mmHg. E’ inoltre necessario che i valori pressori risultino tali in più di una misurazione, a distanza di almeno 4-6 ore.

Crisi ipertensive

La crisi ipertensiva consiste in un violento rialzo della pressione arteriosa, generalmente si usa tale espressione per indicare valori di pressione arteriosa sistolica (pressione massima) che superano i 180 mmHg e valori di pressione arteriosa diastolica (pressione minima) che superano i 120 mmHg. In tal caso, dunque, il violento e brusco rialzo della pressione arteriosa oltre tali soglie può provocare seri danni alle arterie ed essere quindi la causa di ictus, infarti o altre complicanze che possono seriamente mettere a rischio la vita dell’individuo.

I sintomi di una crisi ipertensiva vanno dalle cefalee acute al respiro affannoso, tuttavia, purtroppo, molto spesso coincidono con quelli che sono i sintomi del danno potenzialmente letale che tale alterazione della pressione arteriosa ha provocato, quindi i classici sintomi dell’infarto, dell’ictus o dell’emorragia cerebrale. Tuttavia, fortunatamente, le crisi ipertensive non sono molto frequenti in quanto colpiscono soggetti ipertesi che non curano la patologia, che quindi non assumo appositi farmaci studiati per contrastare l’ipertensione e che non seguono uno stile di vita adeguato al loro stato di salute, ignorando quindi il decalogo per il soggetto iperteso. Pertanto, se si conosce il proprio stato di salute e quindi la presenza di problemi legati alla pressione alta, prevenire crisi ipertensive risulta piuttosto semplice.

Essendo le crisi ipertensive degli eventi piuttosto drammatici in quanto mettono a serio rischio la vita del paziente, è indispensabile che i soccorsi siano immediati. In questi casi la priorità viene data all’alterazione della pressione, pertanto si provvede subito a tentare di abbassarla iniettando dei farmaci ipotensivi, anche allo scopo di limitare i danni agli organi colpiti. Quando invece, pur essendo in presenza di una crisi ipertensiva, non si è in un vero e proprio stato di emergenza, ma quanto più di urgenza, vengono somministrati farmaci della stessa tipologia per via orale.

Sintomi della pressione alta

La pressione alta purtoppo non si manifesta attraverso sintomi che consentono una rapida diagnosi, anzi, nella maggior parte dei casi non si manifesta alcun sintomo. La conseguenza è che gli effetti dannosi dell’ipertensione iniziano a verificarsi nonostante il soggetto non si accorga che qualcosa non va, fino a quando casualmente, a seguito di un controllo di routine, oppure a causa di una delle patologie connesse all’ipertensione, arriva la diagnosi del disturbo.

In alcuni casi, quando i valori della pressione alta sono piuttosto elevati, possono verificarsi alcuni tipici sintomi, come ad esempio mal di testa, sangue dal naso, problemi alla vista e difficoltà respiratorie. Come risulta evidente, si tratta di sintomi che possono essere facilmente confusi con quelli legati ad altre patologie, o riconducibili a leggeri disturbi dell’organismo, tuttavia proprio perché possono essere il sintomo di patologie piuttosto gravi, come ad esempio l’ipertensione, non vanno mai sottovalutati. Se ricorrenti, dunque, è bene rivolgersi al proprio medico.

Inoltre, essendo la pressione alta un disturbo che si verifica soprattutto una volta oltrepassato un certo limite di età, è consigliato un controllo periodico a tutti coloro che hanno superato i quaranta anni, nonchè a tutti coloro che possono essere definiti soggetti a rischio, come ad esempio gli obesi, le donne in gravidanza o coloro che hanno già casi di ipertensione in famiglia. Questo soprattutto al fine di scongiurare il verificarsi di conseguenze importanti, visti i rischi della pressione alta.

Anguria contro l’ipertensione

Si ci chiede spesso cosa mangiare in caso di pressione alta. Ebbene, alla lista degli alimenti da preferire entra a pieno titolo l’anguria, tipico frutto estivo estremamente dissetante e rifrescante.

A dimostrarlo è un recente studio coordinato da Arturo Figueroa, professore della Florida State University, e pubblicato sull’autorevole rivista specializzata “American Journal of Hypertension“. In particolare, la ricerca ha dimostrato che l’anguria, utilizzata nello studio sotto forma di estratto, diminuisce la quantità di sangue pompato dal cuore all’aorta, l’arteria più grande dell’organismo umano.

Nel dettaglio, lo studio è stato condotto su un campione di 13 persone di mezza età, sia uomini che donne, affette da ipertensione e divise in due diversi gruppi: al primo gruppo durante le prime sei settimane è stato somministrato estratto di anguria, corrispondente a 4 grammi di aminoacido L-citrullina e 2 grammi di L-arginina al giorno. All’altro gruppo è invece stato dato un placebo per lo stesso arco di tempo. Nel periodo di sperimentazione, inoltre, i partecipanti si sono astenuti dall’uso di farmaci per la pressione arteriosa, hanno adottato uno stile di vita alimentare diverso e iniziato a svolgere attività sportiva.

Ebbene, una volta terminato il periodo di sperimentazione, i ricercatori hanno potuto constatare che il consumo di anguria ha un effetto positivo sui soggetti che soffrono di ipertensione, anche in presenza di temperature fredde oltre che calde, in quanto in ogni condizione la pressione sanguigna è diminuita comportando un minor sovraccarico per il cuore e consentendogli di lavorare facilmente anche in condizioni atmosferiche caratterizzate da temperature piuttosto rigide.

Cause della pressione alta

La pressione alta molto spesso è associata ad altre patologie, a fattori genetici o ad uno stile di vita non adeguato, altre volte invece non ha nessuna causa.

In quest’ultimo caso si parla di ipertensione primaria, o ipertensione essenziale, ed è senza dubbio la più diffusa visto che racchiude il 90% circa dei casi di ipertensione. Nel caso in cui, invece, l’ipertensione ha una causa bene determinata, si parla di ipertensione secondaria. Nella maggior parte dei casi l’ipertensione secondaria è causata da patologie, come ad esempio nel caso di problemi ai reni, tumori alle ghiandole surrenali, malformazioni cardiache o obesità, oppure è da ricondurre all’assunzione di determinate tipologie di farmaci che influiscono sulla pressione arteriosa, come ad esempio la pillola anticoncezionale (per maggiori informazioni si veda “pressione alta e pillola anticoncezionale“) o i farmaci contro il raffreddore.

Esistono inoltre dei fattori di rischio che predispongono maggiormente un soggetto a soffrire di pressione alta rispetto ad un altro. Tra questi figurano l’età, dal momento che più si va avanti con gli anni e più si tende a soffrire di ipertensione; eventuali precedenti familiari, essendo l’ipertensione anche una patologia genetica. Influiscono inoltre, sovrappeso e obesità, sedentarietà, fumo, eccesso di alcool, eccesso di sale nella dieta quotidiana, stress, gravidanza (si veda al riguardo “pressione alta in gravidanza“), insufficienza di potassio e insufficienza di vitamina D.

I soggetti considerati a rischio, dunque, per tentare di prevenire l’insorgenza dell’ipertensione ed essere poi costretti a seguire un’adeguata terapia farmacologica, possono adottare uno stile di vita corretto e seguire in parte il decalogo per il soggetto iperteso.