Pressione alta e problemi ai reni

Il nesso tra pressione alta e problemi ai reni fu individuato per la prima volta nel 1934 dal dott. Harry Goldblatt, un patologo della Case Western Reserve University che decise di fare quello che poi fu classificato come uno degli esperimenti più importanti della storia della medicina. Nel dettaglio, il dottor Goldblatt, dopo aver ipotizzato a seguito di varie autopsie un nesso tra l’aterosclerosi delle arterie renali e un aumento del peso del cuore, il tipico segno di adattamento del cuore all’ipertensione arteriosa, applicò una clip all’arteria renale di un animale riuscendo così a produrre un innalzamento persistente della pressione arteriosa.

Il nesso tra le due patologie e la corretta terapia da applicare in questi casi sono stati oggetto di una ricerca condotta recentemente dalla dott.ssa Paola Caielli, del Dottorato internazionale in Ipertensione arteriosa e Biologia vascolare dell’Università di Padova, presso il Centro dell’Ipertensione della Clinica Medica IV diretto dal prof. Gian Paolo Rossi. Lo studio, pubblicato anche sulla prestigiosa rivista “Nephrology, Dialysis and Transplantation” ha dimostrato che la rivascolarizzazione renale mediante angioplastica più stent presenta dei vantaggi indiscutibili rispetto alla sola terapia medica ottimale nel ridurre la pressione arteriosa diastolica e quindi di conseguenza il fabbisogno di farmaci antipertensivi. Questo, ha sottolineato il prof. Rossi, vale sempre ma soprattutto quando il controllo dei valori pressori attraverso la terapia farmacologica non dà gli effetti sperati.

La rivascolarizzazione renale mediante angioplastica più stent, ricordiamo, negli ultimi anni ha soppiantato prima interventi di rivascolarizzazione chirurgica e poi l’angioplastica renale, tuttavia molto spesso l’efficacia di questo metodo è stata messa in discussione. Da qui l’importanza dei risultati dello studio condotto dalla dott.ssa Paola Caielli.